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Diario


24 ottobre 2007

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LA MAGIA DELLE PERCENTUALI ADDOMESTICATE PER RACCONTARE MEZZE VERITA'.

La “schiacciante vittoria dei no” sbandierata da Videolina & co. con il 70% dei voti contro la Statutaria mi ricorda il discorso che fece il direttore, continentale, dell'azienda nella quale lavoro (azienda a livello nazionale e adesso internazionale): evidenziava l'alta percentuale di assenteismo in Sardegna, la più alta tra tutte le Regioni d'Italia, visto che in una unità lavorativa raggiungeva persino quota 25%!

Questa unità era composta da quattro operai, dei quali uno era assente da alcuni mesi per infortunio! Da ridere, però i numeri erano giusti…

Guido Scanu
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24 ottobre 2007

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STRANI OLIGARCHICI CONCETTI

Nel suo ottimo volume : L’etica degli antichi, Mario Vegetti esamina il comportamento del mondo Omerico, quanto di più lontano dal concetto di democrazia oggi si possa immaginare, ed esamina le comunità agropastorali nelle quali un re che doveva sempre affermare la supremazia anche se figlio di re (Ulisse ne è l’esempio più lampante quando deve scacciare i Proci) applicando i metodi più terribili e quindi perfino l’eccidio totale degli avversari completamente rinchiusi in una stanza-macello. Dopo circa otto secoli se seguiamo la datazione accettata, in una città dell’Attica cominciò ad affermarsi un altro concetto (che poi sarebbe sorto a Roma circa mezzo secolo dopo) che voleva il potere accentrato nel popolo e rifiutato al singolo. Nasceva così la democrazia che opponendosi al governo dei pochi (i migliori, gli oligarchi, oì aristòi) dava la capacità decisionale al popolo (anche se non tutto il popolo) col sistema del “una testa un voto”. Dove tutte le teste erano contate. Oggi che in Sardegna il comitato del no ha perso la battaglia sulla promulgazione della legge statutaria, appaiono in menti seppur democratiche strani oligarchici concetti. Pur di trasformare la sconfitta in vittoria si cerca di far passare uno strano concetto. Che una minoranza dissenziente sconfigga una maggioranza che dissenso non ha espresso o per voto o per astensione. Circola questo concetto nuovo sul valore referendario: «In questi casi si dovrebbe tenere in considerazione la manifestazione di volontà della cittadinanza attiva».

Vincenzo A. Romano




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24 ottobre 2007

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VOTO INVALIDO, COSTOSO SONDAGGIO. NON REGGE IL PARAGONE COL FRIULI.

Certa informazione sarda, così come opera attualmente, consente la messa in circolo senza contraddittorio di notizie che disorientano la gran parte dei cittadini. Ma non si può stare perennemente ad ascoltare senza reagire affermazioni che stupiscono per inesattezza e per la disinvoltura con la quale vengono enunciate.

Sorprende che un giurista come Federico Palomba arrivi a sostenere che «la legge statutaria non può essere promulgata perché hanno vinto i No ed il quorum non opera in caso di referendum confermativo». La legge è chiarissima sul punto. Come altri hanno ricordato, il referendum previsto dall'articolo 15 dello Statuto è disciplinato dalla legge regionale n. 21 del 2002, la quale, all'articolo 15, dispone che «allo svolgimento del referendum si applicano gli articoli 9,10,12,13,14 e 15 della legge regionale 17 maggio 1957, n. 20». Quest'ultima, al richiamato art. 14, comma 2, prevede che la Corte d'Appello «dichiara non valido il referendum se non vi ha partecipato almeno un terzo degli elettori». Alla luce di tali, inconfutabili, dati normativi, non si comprende come si possa sostenere che il quorum non operi in caso di referendum confermativo.

Un'altra affermazione che sorprende è quella, ribadita da molti, secondo cui si dovrebbe tener conto della prevalenza dei No in prospettiva de jure condendo. Innanzitutto, bisognerebbe spiegare a costoro che il referendum, non avendo raggiunto il quorum, è invalido. Pertanto, giuridicamente, non si è formata alcuna maggioranza. Qualcuno potrebbe replicare che si dovrebbe tener conto del referendum perlomeno come sondaggio (dal costo piuttosto salato) e che tra coloro che si sono espressi abbiano prevalso nettamente gli oppositori alla legge.

Chi parlasse in questo modo, trascurerebbe una questione fondamentale: il peso dell'astensione. Molti di coloro che sostengono la Statutaria non sono andati a votare sapendo che Soru avrebbe promulgato la legge in caso di mancato raggiungimento del quorum.

Ma c'è un altro dato, stavolta politico, che merita di essere segnalato. Nel 1999 si svolse un referendum nazionale per l'abolizione della quota proporzionale dal sistema elettorale. Il quorum non venne raggiunto per un'inezia (49,6%), e i favorevoli alla proposta referendaria costituirono il 91,5% dei votanti. La quota proporzionale rimase intatta e nessuno osò parlare di maggioranze bulgare, né di schiacciante vittoria, né di milioni di cittadini che avevano scelto in massa il maggioritario puro. Semplicemente, il referendum fu dichiarato invalido e non si tenne conto del risultato di una consultazione nulla.

Il Comitato per il No alla Statutaria, invece, cerca malamente di leggere come un trionfo la figuraccia rimediata domenica scorsa e pretende che si torni attorno a un tavolo a ridiscutere la legge sebbene appena il 9% dei sardi abbia scelto di non approvarla, a fronte di un restante 91% che con un voto espresso o con l'astensione ha scelto di non opporsi. Se avessero voluto evitare l'entrata in vigore della legge, i sostenitori del No avrebbero dovuto portare alle urne il 33% degli aventi diritto al voto, punto e basta. Non ci sono riusciti e i sardi, astenendosi o votando Sì, hanno acconsentito alla promulgazione della legge; si sapeva benissimo che in caso di invalidazione del referendum Soru avrebbe agito in questa maniera. Si può ragionevolmente pensare che anche l'astensione abbia rappresentato un modo per decidere e nessuno può fornire prova contraria a tale assunto.

Sul sito del proprio movimento, l'on. Maninchedda afferma: «sul piano giuridico abbiamo ragione - basta vedere il Friuli nel 2002 - e continueremo a lottare contro la promulgazione della legge». Vorrei sommessamente ricordare all'on. Maninchedda che il referendum sulla legge prevista dall'articolo 12 dello Statuto speciale friulano (speculare alla nostra Statutaria) è stato disciplinato dalla legge regionale del Friuli Venezia Giulia n. 29 del 27 novembre 2001, la quale non prevede alcun quorum per tale consultazione! Ciò a differenza della analoga, citata, legge della Regione Sardegna n. 21 del 2002, promulgata dall'on. Pili, che mediante il rinvio alla normativa del 1957 richiede espressamente il quorum di 1/3 degli elettori.

E allora, perché operare questo confronto col Friuli? Lì i No hanno prevalso; ma sebbene l'affluenza sia stata solamente del 25%, nessun quorum era previsto, la consultazione era valida e la legge, correttamente, non è stata promulgata. Da noi la consultazione è risultata invalida, amen.

Un'ultima osservazione circa la promulgabilità o meno della legge Statutaria sarda. Lo Statuto afferma che essa «non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi». Bisogna capire cosa accade, pertanto, in assenza di voti validi. La legge n. 21/2002 ci fornisce una possibile risposta. L'art. 13, infatti, prevede l'unico caso in cui il presidente non può promulgare la legge: è quello in cui il referendum dia «esito sfavorevole alla approvazione della legge regionale». Per esito sfavorevole si intende, naturalmente, la prevalenza dei No nell'ambito di una consultazione che abbia raggiunto il quorum richiesto; un referendum invalido, infatti, non dà alcun esito, semplicemente è come se non si sia mai svolto.

In tutti gli altri casi, invece, si addiviene alla promulgazione della legge: la deliberazione del Consiglio regionale non viene vanificata. Ciò, in particolare, nel caso in cui il referendum non venga richiesto (art. 4) o la richiesta sia illegittima (art. 8). Un referendum invalido è assimilabile a un referendum mai svolto e, pertanto, resta in piedi la deliberazione del Consiglio. Il presidente della Regione, dopo la pronuncia della Corte d'Appello, sarà obbligato a promulgare la legge statutaria.

Antonio Piras
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24 ottobre 2007

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IL REFERENDUM E' NULLO E SORU DEVE PROMULGARE LA STATUTARIA

Nonostante tutto, la Regione Sardegna ha un suo ordinamento giuridico.

Il quarto comma dell'articolo 15 dello Statuto, a proposito della legge statutaria, dispone: «La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi». Da che mondo è mondo i “voti validi” sono quelli validamente espressi nell'ambito di una procedura elettorale a sua volta valida.

Esiste, poi, la legge regionale n. 21 del 2002, recante “Disciplina del referendum sulle leggi statutarie”. Il primo comma dell'articolo 15 di questa legge stabilisce: «Allo svolgimento del referendum si applicano gli articoli 9, 10, 12, 13, 14 e 15 della legge regionale 17 maggio 1957, n. 20».

Il secondo comma dell'articolo 14 di quest'ultima legge a sua volta stabilisce che la Corte d'Appello «dichiara non valido il referendum se non vi ha partecipato almeno un terzo degli elettori».

Come di recente mi ha ricordato una studentessa della facoltà di giurisprudenza, in claro non fit interpretatio. Come si evince, credo facilmente, dalla lingua utilizzata, questo principio esiste da circa duemila anni.

Se le normative che ho citato fossero ritenute da qualcuno illegittime, il rimedio è l'impugnativa davanti alla Corte costituzionale. Ma esse sono vigenti e devono essere applicate fino alla eventuale sentenza di accoglimento della Corte che, tra l'altro, come io credo, potrebbe anche rigettare le impugnative.

Infine, il presidente della Regione deve adempiere all'obbligo della promulgazione della legge non ostandovi alcun valido motivo. Diversamente incorrerebbe nelle sanzioni previste dall'ordinamento per i comportamenti omissivi.

O forse qualcuno vuole riconoscere al presidente un potere discrezionale nella promulgazione delle leggi?

Prof. Pietro Ciarlo
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23 ottobre 2007

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LA DEMOCRAZIA E IL VOTO DEL SILENZIO

Il referendum è, da tempo, strumento di democrazia diretta di difficile interpretazione. Difficile perché dipende dall’oggetto della domanda, dalla omogeneità del quesito, dalla chiarezza della alternativa tra il Si ed il No. Non a caso, nessuna Costituzione moderna si serve dello strumento referendario per fare scelte quotidiane ma si affida a istituzioni rappresentative come il Parlamento o il Governo.
Gli unici referendum che hanno avuto un significato univoco nella storia repubblicana sono quelli la cui alternativa era già chiara nella domanda. Ad esempio, l’alternativa era nettamente distinguibile tra: “Monarchia o Repubblica” nel 1946, “concedere o negare il divorzio” nel 1974, “favorevoli o contrari all’energia nucleare” nel 1985. Esempi unici, tuttavia, che dimostrano limpidamente che ogni voto referendario, sia esso con finalità abrogativa, approvativa, sospensiva, deve poter essere interpre tato dagli elettori in manier a chiara. Se non è chiara la posta in gioco, anche la scelta sul se votare o rinunciare al voto diventa individualmente complessa.
Come interpretare dunque i risultati del referendum di domenica scorsa sulla legge Statutaria ? Il dato principale da considerare è l’affluenza alle urne, poco sopra il 15 per cento degli aventi diritto. Un dato interessante perché lo schieramento che sosteneva il voto contrario alla legge statutaria poteva contare sul pronunciamento preventivo di tutta l’opposizione e di alcuni esponenti anche della maggioranza del governo regionale di centro-sinistra (ben oltre il 40 per cento delle forze politiche regionali).
Sulla carta, dunque, ci si poteva aspettare una larga partecipazione al voto o, perlomeno, il raggiungimento del quorum del 33,3 per cento
previsto dalla legge regionale. Ciò non è accaduto ed appare evidente che i promotori e i sostenitori del referendum non siano riusciti a convincere l’elettorato sardo che la legge Statutaria fosse in grado di mettere a rischio la democrazia in Sardegna.
Vi è di più. La volontà dell’ottantacinque per cento di coloro che non sono andati a votare dovrebbe far rifle ttere sull’uso strumentale degli istituti di democrazia dire tta.
Quando non si riesce a dare un significato al voto, basta dare un significato al silenzio di chi non ha votato.

Gianmario Demuro
*Docente di Diritto Costituzionale all'Università di Cagliari.
fonte: Il Giornale di Sardegna






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22 ottobre 2007

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IL FLOP DELL'INIZIATIVA REFERENDARIA

Solo il 15,05 per cento degli aventi diritto alle urne per il referendum sulla Statutaria. Un dato che da solo fa riflettere su quanto siano lontani dalla realtà della gente comune coloro che hanno promosso quest'iniziativa abusando ancora una volta dell'istituto referendario, ormai quasi del tutto privo di ogni valore. Riflettano seriamente i partitini del centro-sinistra che hanno dato il la a tutto questo can-can inutile e anche il centro-destra, cui della statutaria non importava un bel niente, che sperava di dare una spallata al legittimo governo della Regione Sardegna, quello voluto dai cittadini. Ma forse è troppo chiedere una riflessione a certa gente affamata solo di potere: infatti, in caso di (inutile) vittoria dei no fra le 220 mila e passa schede depositate nelle urne di tutta l'isola, c'è chi, armato solo della propria arroganza, è pronto a presentare ricorso al solo scopo di dare una spallata alla giunta. Visto che ci sono, perchè non si accollano anche le spese di quest'inutile consultazione? Coi lauti compensi che la collettività elargisce loro, non dovrebbe essere un problema pagare...

(Michele)




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22 ottobre 2007

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TE LO DO IO IL COLPO DI STATUTO (IN TESTA) 


Te lo do io, il golpe di referendum: in testa. Firmato: i sardi. Il “colpo di Sta(tu)to” lo hanno sferrato loro: scagliando le urne vuote addosso ai promotori, ai tifosi occulti del centrosinistra e ai vertici della destra che volevano ripetere la “porcata” dell'inciucio alle primarie, per inquinare strumentalmente anche il referendum. Certo, è una grossa vittoria di Renato Soru. Ma è soprattutto una disfatta umiliante per tanti, di ogni segno. C'è stato un enorme rigetto bipartisan - 85 sardi su cento - delle grida e mistificazioni terroristiche sulla dittatura incombente. Della diserzione vile di tanti di centrosinistra: non hanno avuto il coraggio di manifestare il loro dissenso legittimo e semmai hanno dichiarato ipocritamente di essere per il sì. Della spregiudicatezza del centrodestra. Sempre iperpresidenzialista, in extremis si è accodato al referendum - senza averlo annunciato, chiesto e firmato - rinnegando la propria linea: solo per abbattere Soru.

Gli elettori del Polo hanno dimostrato d'essere migliori e più coerenti dei loro dirigenti: pur mantenendo l'ostilità verso Soru, si sono rifiutati di seguirli nelle piroette indecorose, già sperimentate alle primarie del Pd con fallimento totale. Sarebbe dovuto servire da lezione per non rilanciare un azzardo vergognoso: hanno perserverato diabolicamente e stolidamente e finiscono suonati come i pifferi di montagna. Alla chiamata alle armi, con dispendiosa grancassa pubblicitaria e spolvero degli ululanti Pili, Nizzi, Medde, Delogu, La Spisa, Oppi, Artizzu, amici e camerati, gli elettori del Polo hanno risposto fascisticamente: ME NE FREGO. Non sono loro a dover rispondere, politicamente e moralmente, di questo abuso con disastro annunciato, benché si sperasse il contrario. Semmai sono da elogiare perché non si sono fatti menare per il naso dai loro improbabili leader: rifiutando d'essere guidati come un gregge di pecore sceme.

C'è del buono, molto di buono, in questo atteggiamento civico: sempre e da qualunque parte venga e qualsiasi risultato produca. È una dura sconfitta politica perché un'indicazione di voto così strumentale e roboante avrebbe potuto essere accolta, indubbiamente intrigante perché avrebbe colpito Soru. Vero è che la diserzione alle urne referendarie è ormai e purtroppo una costante. Ma stavolta c'era un obbiettivo politico e personale ghiotto, concreto e non simbolico. Il popolo di destra ha fiutato la seconda porcata in 8 giorni e ha mandato a quel paese i tromboni che annunciavano l'arrivo del diluvio universale, l'apocalisse e anche un'epidemia di influenza di un nuovo virus: di esiziale ceppo soriano.

Chiediamo conto dei cinque milioni
spesi per un flop annunciato
Non gli elettori, dunque, ma molti in tutti gli schieramenti, qualche sindacato e larga parte dell'informazione, hanno responsabilità gravi e non solo colpose. Bisogna inquadrarli nel mirino, perché ora diranno che non c'erano o voltavano le spalle. Nessuno dimentichi che il flop referendario costa alla Regione (cioè a noi tutti) cinque milioni di euro che si sarebbero potuti spendere meglio, oltre quelli investiti in pubblicità e altro: senza contare il tempo fatto perdere nelle scuole e nei Comuni, oltre lo stallo di una politica già poltronista del suo. Appunto perché da dieci anni non si raggiunge il quorum del 50,1 per cento anche sui grandi temi nazionali, era temerario forzare una consultazione popolare su un tema astruso, del quale ai sardi nulla importa e ben poco sanno.

Dopo tanto urlare, i votanti sono rimasti a meno della metà del pur misero 33 per cento richiesto. Benché, per attirare i cittadini alle urne e disvelando il vero obbiettivo della consultazione, si sia strombazzato da destra e più ipocritamente nel centrosinistra che col voto si sarebbe potuto cacciare Soru-tirannosaurus. Era un safari contro il sanlurese: cacciatori e battitori trasversali subiscono uno smacco che ha pochi precedenti. Anziché indebolire, rafforzano e molto la tosta e mancata selvaggina: sono colpiti di rimbalzo dai loro maldestri pallettoni.

L'auto-golpista Pili e gli azzeccarbugli:
insistano, ricorrano alla Consulta
Naturalmente ora si tratta di vedere quanti sono i sì e i no nel 15 per cento dei votanti: gli uni e gli altri irrilevanti, perché minimanza di un elettorato che ha snobbato i promotori. E se tra questi, com'è certo, ci sarà chi solleva ancora la questione del quorum, richiamiamo in servizio l'immortale Eduardo De Filippo e il suo celeberrimo “pernacchio”: capace di distruggere la boria di chiunque. È possibile che sul piano formale la questione-quorum possa essere posta. Posta: non dichiarata da Pubusa, Ballero, Maninchedda e Balia. Dovrà essere investita la Corte costituzionale perché si esprima su un comma traslato dalla legge del 1957 in una legge del 2002: sotto Mauretto Pili, che ora, meschinello, la definisce alla Camera “golpe istituzionale”, dunque qualificandosi golpista benché da operetta e in tenuta da tennis.

Se e quando la Consulta dichiarerà illegittima quella norma, si potrà riparlarne. Ma fino a quel punto è vigente e da applicare. Non servono legulei e mastrucati azzeccagarbugli per capire cose così elementari e concludere che una presunzione di illegittimità resta una convinzione senza effetti fin quando non confermata dalla Consulta. Ma se, per assurdo, non servisse il quorum. Ammettendo, ponendo che il no abbia raggiunto anche il 60 per cento dei voti espressi, si dovrebbe abrogare una legge - approvata a maggioranza assoluta dal Consiglio e con i due terzi dei votanti - perché sconfessata da una piccola minoranza di elettori? Allora, tanto vale abolire l'assemblea. E l'85 per cento che non si è espresso (più quelli che hanno votato sì), conta nulla, popolo-bue di cui non tener conto?

C'è da augurarsi che i promotori tengano aperta la questione, ricorrano (a loro spese: con le indennità dei 19 consiglieri che hanno imposto il referendum) e vadano avanti con le contestazioni formali. Ci sarà più gusto a ridicolizzarli. A contestargli il risarcimento dei cinque milioni di euro fatti spendere da loro, segnalarli ai cittadini in vista delle prossime elezioni come patroni del bene pubblico.

La demonizzazione di Soru,
un boomerang che lo rafforza
La verità è che i sardi hanno fiutato da tempo l'imbroglio di una prova di forza tutta politicante e politichese. Scaturita dal livore bilioso di 19 consiglieri, senza una parvenza di interesse e spinta dal basso. Cosa loro, non nostra, hanno ragionato i cittadini: e gliel'hanno rilanciata come una palla sporca. Cos'era in fondo? L'iniziativa di un quinto dei consiglieri che voleva demolire una decisione presa da 52 onorevoli contro 18, usando gli elettori come una testa d'ariete per un atto di forza di una minoranza sulla maggioranza assoluta.

È stato dall'inizio - l'avevamo denunciato preventivamente e con forza - un sostanziale atto antidemocratico formalmente legittimo. Non contro la Statutaria che, più o meno, è la stessa vigente in altre Regioni. Contro e per abbattere con armi improprie Renato Soru. Lo si è detto mille volte: la demonizzazione della persona funziona alla rovescia. Lo si è visto con Berlusconi. I suoi sodali nuragici l'hanno fatto con Soru e sono stati sconfessati dal loro stesso elettorato. La morsa che tra primarie e referendum doveva stringersi e stritolare il presidente, si è serrata fratturando le mani dei maldestri fabbri: perfino oltre i meriti del sanlurese.

Nella partita di Giunta,
banco in mano al presidente
Mentre la destra aveva un obbiettivo preciso anche se cinicamente perseguito, peggio hanno fatto forze, gruppi e singoli del centrosinistra che si sono disimpegnati da una legge che avevano approvato: sperando che l'ostilità anti Soru la facesse cadere assieme al presidente. Un atteggiamento ipocrita, vile e senza dignità. Di cui dovranno rispondere: sono stati anche i loro elettori a bocciarli sonoramente. Chissà come Paolo Fadda gradirà, da esperto in postinaggio, il “bigliettino” con i risultati del referendum che esaltano Soru anziché abbassarlo. Niente niente, per la rabbia, magari lo ingoia pur di farlo sparire. E il cardinal-Cabras, degradato a prelatone opportunista perché da leader presunto e putativo del Pd si è limitato a una dichiarazione a favore del sì all'ultimo minuto: senza alzare un dito, puntando sulla sconfitta di Soru.

E questo sarebbe l'uomo-guida del nuovo partito? Altro che prova di forza e intimazioni su assessori graditi e da cacciare, epurazioni da fare, capigruppo da imporre secondo il manuale Cancelli Ds-Dl! Tornano a casa con le pive nel sacco, e solo perché conviene anche a lui, Soru non gli sbatterà in faccia il doppio ko delle primarie e del referendum: vinto anche contro gli alleati-nemici. La partita sulla Giunta cambia segno e valenza. Il banco è in mano a Soru e glielo hanno consegnato proprio Cabras, Fadda e soci con il loro atteggiamento. Avevano calcolato di indebolirlo o atterrarlo lasciandolo solo: a restare soli sono loro, sconfessati dagli elettori.

Sconfitta anche la disinformazione:
logora chi ce l'ha a favore
C'è un'altra grande sconfitta, in questa disfatta diffusa: la mala-disinformzione. In gran parte ha giocato pesantissimamente contro Soru. Basti pensare all'Unione e a Videolina, che hanno dato spazio e voce solo a una parte, cancellando tutto il fronte del Sì anche nelle ultime giornate. Un'indecenza che anche i lettori hanno colto. Infatti pesa meno di niente, irrilevante: niente, oltre i polveroni, le bufale truffaldine (finché non vengono smascherate), i killeraggi contro i nemici e il vano lecchinaggio a favore degli amici. Funziona all'opposto. La disinformazione logora chi ce l'ha a favore e gratifica chi se la trova pregiudizialmente contro.

Nel suo commento domenicale, il direttore dell'Unione, bontà sua, si rimetteva alla volontà degli elettori. Aggiungendo con monito severo da censore oracolare, che non azzardava pronostici e responsi su chi avrebbe vinto: «Quello che invece conosciamo sono i nomi di chi non voleva questo referendum. E ci chiediamo semplicemente perché queste persone avrebbero preferito che i sardi non si esprimessero». Se per lo sforzo non rischia l'ernia cerebrale, ora potrà capirlo: come lo sapevamo in tanti e l'avevamo pure annunciato. Perché all'85 per certo dei sardi non gli fregava niente. Avevano capito l'uso truffaldino del referendum e che si barava dicendo una cosa per volerne un'altra.

Nizzi ko anche in Gallura,
Maninchedda e Medde ticket vincente nel 2009
Insomma, il match è finito con un fuori combattimento indiscutibile. Ha funzionato il “meglio solo” inflitto a Soru: contro presunti alleati e nemici. Ha fallito l'informazione. I problemi restano e il presidente dovrà fare di più e meglio. Alcuni personaggi sono invece tranquilli e appagati. Mario Medde, il bardo cislino capofila degli anti-Soru, è un profeta inascoltato: anche dai propri iscritti. Però non si ritiri in clausura, non possiamo restare orfani dei suoi trionfanti proclami. Un altro che ha da riflettere è Settimo Nizzi. Ha speso il suo cordiale faccione nei manifesti e nella pubblicita a colori sui giornali. Bene, nel collegio Olbia-Tempio, il suo, c'è stata la più bassa affluenza in assoluto, più di tre punti sotto la media regionale. Anche lui è un leader carismatico molto ascoltato: con i tappi alle orecchie. Questa performance nella sua terra è un ottimo viatico per quando dovrà chiedere voti nel resto della Sardegna.

Infine c'è Paolo Maninchedda el libertador, il Che Guevara del Marghine. A Macomer, la sua città d'origine, il bardo del referendum ha ottenuto che andasse alle urne circa il 18 per cento dei concittadini: vedremo quanti sì e no. Dopo un così travolgente successo di critica e di pubblico, Manichedda va candidato, in ticket con Medde, come presidente nel 2009. I due hanno la vittoria in pugno: sbaraglieranno Soru o chiunque. Largo ai forti.

Giorgio Melis
(www.altravoce.net)




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22 ottobre 2007

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IL REFERENDUM E'


NULLO


QUORUM NON RAGGIUNTO: HA VOTATO IL 15%

DEGLI AVENTI DIRITTO

LA LEGGE STATUTARIA SARA' PROMULGATA 




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19 ottobre 2007

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UN DOCUMENTO STRAORDINARIO: LE IMMAGINI DELLA GIUNTA DEL BIGLIETTINO

ECCO UNO STRAORDINARIO DOCUMENTO CHE DIMOSTRA COME VENIVANO FORMATE LE GIUNTE COL VECCHIO SISTEMA. AL PRESIDENTE PALOMBA VIENE RECAPITATO UN BIGLIETTINO, NEL QUALE CI SONO SCRITTI I NOMI DEGLI ASSESSORI DELLA GIUNTA CHE SI APPRESTA A PRESIEDERE. NOMI CHE PALOMBA, IN QUEL MOMENTO, NEMMENO CONOSCE; SENZA COINVOLGERLO, ALTRI CONSIGLIERI DECISERO PER LUI.

PS. Lo stesso Palomba, vittima di quel sistema, si è incredibilmente schierato per il No, come il suo partito (Italia dei Valori).





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19 ottobre 2007

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REFERENDUM: IL LINCIAGGIO A SORU

I dibattiti che si svolgono in questi giorni confermano, se ancora ve ne fosse bisogno, che il referendum sulla legge statutaria, fin dal momento in cui è stato promosso dai diciannove prodi Consiglieri regionali - diversi dei quali a dir poco spudorati - aveva come preciso obiettivo non tanto quello di impedire la promulgazione della legge statutaria, quanto quello di far cadere, attraverso un progressivo linciaggio, il presidente Renato Soru.

Le ragioni sono diverse. Alcuni lo hanno fatto per invidia; altri per antipatia; altri perché non hanno avuto quello che si aspettavano (consulenze, assessorati, prebende varie); qualcuno perché pensa di avere i numeri per poter, una volta scalzato Soru, addirittura prenderne il posto. Ma, tenuto conto della storia di alcuni dei personaggi in campo, degli interessi in gioco e di quali potrebbero essere le conseguenze della scellerata operazione, non è difficile ipotizzare che la motivazione più forte sia quella di coloro che ritengono che, ove Soru dovesse cadere, cadrebbero con lui anche i vincoli ambientali imposti con la legge salvacoste e con il piano paesaggistico.

Non si spiegherebbero, altrimenti, le mistificazioni alle quali stiamo quotidianamente assistendo e il livore che sta montando di giorno in giorno. Se ne sentono di tutti i colori. Alcuni contestano il sistema dell'elezione diretta del presidente e le conseguenze naturali che ne derivano (nomina da parte sua degli assessori e il principio dello “simul stabunt vel simul cadent”), sostenendo che lo stesso sarebbe un “imperatore”, se non addirittura un dittatore, e facendo, così, finta di non sapere che, ove la legge statutaria dovesse cadere, resterebbe in vigore la legge nazionale, che attribuisce al presidente poteri ben più forti di quelli riconosciuti dalla statutaria e non considerando che quest'ultima ha, invece, opportunamente riequilibrato i rapporti fra presidente e Consiglio.

Al Consiglio sono stati infatti attribuiti il potere di emanare i regolamenti; il potere di indirizzo politico e di controllo; quello di vigilanza sull'attività degli organi di governo; quello di verificarne l'attuazione; quello di costituire o sopprimere gli enti e le agenzie; quello di nominare i componenti degli organi di garanzia e di esprimere il parere sulle nomine riservate alla Giunta; quello di controllare l'attuazione delle leggi e valutare gli effetti delle politiche regionali, etc.

Ma, soprattutto, si fa finta di non sapere che il paventato “imperatore” non potrà - in base alla Statutaria - andare oltre il secondo mandato, mentre oggi potrebbe farlo tranquillamente. I soliti smemorati non considerano inoltre che la legge limita il numero dei consiglieri (non più di 80), mentre con l'attuale legge possono essere molti di più. Né che il numero degli assessori, che attualmente sono 12, in base alla statutaria sarà ridotto a 8 o, al massimo, a 10. Non solo. Non tengono conto del fatto che il 40% degli assessorati sarà riservato alle donne; e questo è un fatto sicuramente rivoluzionario.

Ma la mistificazione supera ogni limite quando si entra nel campo della regolamentazione dell'ineleggibilità, dell'incompatibilità e del conflitto di interessi. Anziché considerare che la Sardegna è la prima Regione italiana ad aver affrontato il problema, si grida allo scandalo sostenendo che si sarebbe davanti ad una legge truffa, fatta apposta per consentire al presidente Soru di spadroneggiare e, addirittura, insinuando che il “blind management agreement” adottato dalla statutaria (che prevede l'affidamento della gestione dell'azienda del presidente o dal consigliere o dell'assessore imprenditore ad un fiduciario indipendente), sarebbe stato inventato dal prof. Guido Rossi, studioso di fama internazionale, ad uso e consumo di Soru dietro lauto compenso.

Anche qui si fa finta, tra l'altro, di ignorare che Rossi non ha inventato nulla, visto che il sistema proposto è stato già utilizzato con successo non in una “repubblica delle banane”, come ha ieri sostenuto lo statista Ignazio Artizzu, ma nel civilissimo Canada. Non solo. Nella battaglia mistificatoria in atto qualcuno paragona addirittura la posizione di Soru a quella del cavaliere Berlusconi, senza considerare che quest'ultimo non era e non è un semplice imprenditore, sia pure di grande rilievo, ma un concessionario dello Stato, che usufruisce - per di più praticamente in regime di monopolio - di un bene pubblico di fondamentale importanza per l'irradiazione delle trasmissioni televisive quale l'etere.

Infine nessun rilievo si da al ruolo di grande importanza che, secondo la legge statutaria, dovrebbe esser svolto dalla Consulta di garanzia, la quale dovrebbe, fra l'altro, verificare le cause di ineleggibilità, quelle di ineleggibilità ed il conflitto di interessi, controllando anche il rispetto delle regole da parte del fiduciario di cui si è detto in precedenza. È un organo di importanza fondamentale nel quale sarebbe rappresentata anche l'opposizione, ma, per i sostenitori del No farebbe parte della “truffa” organizzata per favorire il presidente e i suoi affari.

C'è da augurarsi che i cittadini sardi che andranno a votare non cadano nella trappola.

(Carlo Dore)
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19 ottobre 2007

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IL SI E' UN VOTO PER UN SISTEMA COERENTE

È vero, l'articolo 15 dello Statuto sardo dice nel penultimo comma che la «legge regionale di cui al secondo comma è sottoposta a referendum regionale qualora entro tre mesi dalla sua pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori della regione o un quinto dei consiglieri del Consiglio regionale».

La cosa strana però è che per la richiesta del referendum sulla legge Statutaria sia stato determinante l'apporto di un gruppo di consiglieri che il 7 marzo 2007, in aula, ha approvato la legge, e che poi ha sentito un impellente bisogno di sottoporre al giudizio del popolo il testo con una serie di nuove argomentazioni che non hanno mai trovato riscontri di sorta tanto nel dibattito preparatorio quanto nel lavoro dell'aula.

Un surplus di coscienza democratica che per tanti versi lascia interdetti di fronte a tanta onestà o furberia.

Ma procediamo con ordine per capire quale grave “attentato alla vita democratica” delle istituzioni questa legge rappresenta.

La legge statutaria (che non è lo Statuto di specialità) trova il suo fondamento nel Titolo V riformato della Costituzione e in modo particolare negli articoli che vanno dal 122 al 126.

Essa è un legge di “autorganizzazione”, ha un carattere sovraordinato rispetto alle leggi ordinarie (una costituzione in piccolo), ma non ha bisogno di essere approvata dal Parlamento nazionale.

Che cosa decide? Prima di tutto della forma di governo che questa regione vuol darsi, cioè del rapporto che deve esistere tra il presidente della Regione, il Consiglio regionale e la Giunta.

Da questo punto di vista la legge ha scelto (come la quasi totalità delle regioni italiane) di confermare l'elezione diretta del presidente e la contestuale elezione dei componenti il Consiglio regionale. Non sono più i consiglieri ma i cittadini a scegliere il proprio presidente, sulla base di un programma e di un progetto che vincola tutti e che appunto viene presentato all'atto dell'insediamento della nuova assemblea legislativa.

Cosa c'è di male se è il popolo a scegliere direttamente?

In virtù dei poteri ricevuti con l'elezione diretta, il presidente nomina e revoca gli assessori (che non sono più eletti dal Consiglio regionale). L'assessore è censurabile dal Consiglio ma non più sfiduciabile.

Il Consiglio regionale invece è restituito alla sua funzione fondamentale: quella di fare le leggi, di approvare i programmi e i piani di carattere generale, e di esercitare il potere regolamentare. Non solo, ma è chiamato a svolgere una più incisiva azione di controllo e di verifica in materia di nomine e di valutazione dello stato di attuazione delle leggi e delle politiche pubbliche.

Non è forse un sano principio sancito dal testo costituzionale quello che prevede per le Regioni (quando queste lo scelgono) la separazione tra le competenze dell'organo esecutivo e quelle dell'assemblea legislativa?

Non auspicavamo tutti che finisse la fase “consociativa” e iniziasse quella “competitiva”, per cui i due organi gareggiano entrambi per mantener fede agli impegni presi con gli elettori nella distinzione precisa di ruoli?

Certo, rispetto a chi in nome e per conto del popolo sovrano controllava e decideva della sorte del sistema istituzionale questo nuovo modello disturba e preoccupa. E allora si preferisce introdurre la cultura del sospetto, della diffidenza sistematica se non della calunnia sottile, e talvolta della menzogna.

Allora si dice da parte di alcuni (a proposito: ma non erano tutti parlamentaristi, dunque sostenitori dell'elezione indiretta del presidente della Regione?) che non si mette in discussione l'elezione diretta del presidente purchè si faccia salva l'autonomia del Consiglio.

Ma come, se la Costituzione prima e le sentenze della Corte costituzionale poi dicono che ciò è impossibile e che il sistema misto è impraticabile?

Semplice, cambiamo lo Statuto, introducendo un modello ordinamentale nuovo.

Quando tutto questo potrà accadere, sempre che sia possibile? Chi lo sa!

E nel frattempo? Ritorniamo alla legge nazionale, cioè ad una fase un po' nebulosa e indistinta: bella soluzione!

La legge che abbiamo approvato rappresenta invece una soluzione equilibrata che stando dentro il modello fatto proprio anche dal Friuli Venezia Giulia e dalla Sicilia (per citare due regioni a statuto speciale) contempera i poteri degli organi, li definisce in maniera puntuale, affida alla legge e non all'arbitrio il loro esercizio, limita a due mandati consecutivi l'incarico di presidente della Regione, introduce elementi precisi in tema di pari rappresentanza dei generi, prevede norme serie e complete in materia di incompatibilità e ineleggibilità, disciplina il conflitto di interesse.

Perché è proprio così: disciplina il conflitto di interesse e non lo legittima come dicono alcuni. Non solo, ma lo estende anche ai consiglieri regionali, che sono chiamati all'incompatibilità temporanea.

Il Sì alla legge statutaria è quindi un voto di responsabilità di chi vuole contribuire a rendere le istituzioni credibili, autorevoli e trasparenti.

Il Si alla legge statutaria rende più forte la Sardegna perché riconosce il primato dei cittadini.

Nessuno scandalo, dunque, ma la libertà delle istituzioni che cresce e con essa quella dei sardi.

(On. Stefano Pinna)
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19 ottobre 2007

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TELEDISINFORMAZIONE

In Sardegna c'è una questione-informazione? Ma quando mai. Viviamo nel migliore dei mondi informativi possibili: completo, corretto, equilibrato, tutte le notizie di tutti. Esempio. Titoli di testa e svolgimento del tg di Videolina di ieri. Dibattito sul referendum: sprazzi di cronaca del confronto in Confindustria, due terzi alle ragioni del no. A seguire, lunga carrellata sul no del Psd'Az: con l'immarcescibile Giacomo Sanna a fianco del folkloristico successore Efisio Trincas, celeberrimo sindaco di Cabras: quello delle trovate immaginifiche e fantasmagoriche, pupillo dei vignettisti e dei satirici cui fornisce inesauribili spunti. In grande spolvero l'onnipresente Paolo Maninchedda: il bardo del new deal libertario, in tandem con l'esordiente collega Sanna. Subito dopo, l'appello del segretario della Cisl di Nuoro contro la catastrofe della Statutaria.

Per non annoiare il telespettatore, si cambia referendum: quattro minuti di Mauro Pili scatenato e carico di firme contro il Piano paesaggistico. Ma gli si può negare qualche battuta sulla Statutaria? Mauretto annuncia l'arrivo di Hitler: la legge è un golpe istituzionale. Se non verrà cancellata, addio libertà e democrazia. I sardi (specie i bambini: come da spot pubblicità-regresso del no, nasceranno e resteranno schiavi a vita) saranno sotto dittatura, incatenati. Privati perfino del diritto al referendum ma anche di pane carasau e pecorino, resteremo senza acqua ed elettricità con ritorno alle candele e alle lampade a carburo: Mauro, ex minatore, le conosce fin dall'infanzia in galleria. Resteranno - le distribuirà generosamente lui - solo le scarpette da tennis perché le ha incettate tutte: per marciare e scarpinare durante le elezioni (con Mercedes al seguito) e finire puntualmente contro il muro e nel ridicolo.

Insomma le ragioni del no sono state brevemente, sobriamente e doverosamente esposte in tutti i servizi di apertura del tg. Ma contro ogni discriminazione e in virtuù della par condicio, sono state ribadite e rilanciate nel successivo evento, epocale: la presentazione di un nuovo, oceanico partito sardo-leghista affiliato al Polo («ma pronto a dialogare con tutti») che - dixit lo speaker - avrebbe ben 500 iscritti in tutta la Sardegna. Leader del parterre de rois, Sergio Licheri, ex dc e forzista, nominato sotto Berlusconi direttore generale dell'Istituto superiore di sanità, per meriti scientifici: tra cadute in deliquio della comunità medico-scientifica, assurdamente scettica sul nuovo Veronesi nuragico.

Del tutto ininfluente, nella nomina di Licheri, la parentela acquisita con l'ex ministro di Forza Italia Franco Frattini: il con-cognato lo accompagnava nella vigilia elettorale in visita pastorale nelle corsie dell'ospedale Brotzu. Tornando al tg: servizio dovuto e imperdibile dai telespettatori ansiosi. Quattro persone al tavolo (mancava Giacomo Sanna: uno sgarbo imperdonabile) e tre-diconsi-tre nella sala. A sorpresa, è stato rivelato che il nuovo partito di massa è schierato contro la Statutaria nel referendum: chi l'avrebbe mai immaginato?

Col tg quasi a metà, ovviamente è arrivato il controcanto pro-Statutaria. Sbagliato: pagate pegno. In onda un reportage sull'emergenza criminale, dal quale potrebbe evincersi che Cagliari per delinquenza sia quasi al livello delle peggiori periferie metropolitane. Una svista o una scelta. Un intermezzo di cronaca per rompere l'equanime sfilata politico-referendaria: corretto. Ma nei tg il tempo è tiranno (sempre meno di Soru). I resoconti sulle manifestazioni per il sì, più i fatti politici inerenti e le dichiarazioni pro-Statutaria non sono andati in onda. Il palinsesto (anche settimo: non rubare le notizie) non poteva prevedere altro. Per mancanza di tempo, l'innocente mezzobusto non ha potuto neanche annunciare che i servizi sul sì saranno trasmessi martedì: due giorni dopo la consultazione, per raffreddare le tensioni.

Ma i telespettatori non hanno perso nulla, ce lo garantisce la redazione di viale Marconi. Soru ha presenziato ad affollate manifestazioni ad Alghero e Sassari, altre iniziative sono avvenute in mezza Sardegna, c'è uno scontro durissimo sulle pubblicità contrapposte. In particolare il senatore Antonello Cabras, neosegretario del Pd, ha ritrovato la parola (o la tastiera) per rilasciare una ferma dichiarazione di appoggio al sì: meglio tardi che mai, anche se è quasi lo stesso, ormai. Sarebbe il fatto del giorno, politicamente il più significativo. Come l'intervento del segretario nazionale dei Radicali, Capezzone, ugualmente in favore della legge. Però, non esageriamo con la politica, annoiando gli utenti: fatti minori. Si vorrà mica paragonarli all'appello dei trionfanti sardisti e al lancio di Alleanza federalista, che celebreranno il loro congresso in una cabina telefonica.

E poi, le ragioni del no sono eticamente superiori, prevalenti. Non serve dire anche quelle del sì. Sono ovvie, banali, losche: interessano solo gli intimi di Soru. Nessuno dica che Videolina fa video-disinformazione. Sarebbe come dire che L'Unione Sarda è di parte perché ha bandito Soru, gli argomenti e i protagonisti del sì e ha fatto la sesta paginata di intervista in tre mesi allo statista Paolo Fadda: come a tutti gli amici degli amici. O perché continua a tacere pudicamente (come l'intrepida, progressista, “sinistra” Nuova Sardegna) la bazzecola dei voti di dirigenti e militanti della destra che a migliaia hanno assaltato le urne delle primarie Pd: per andare di dietro a Soru a favore di Cabras.

Via, non si può avere tutto da giornali e televisioni così inappuntabili: modello di informazione pluralista, equilibrata, rigorosa. Dalla parte dei cittadini. Fa contro-informazione per salvarli dal caudillo, dal servaggio. Merita una standing ovation. È il cane da guardia della democrazia: con quattro gatti in padella.

(Giorgio Melis)
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18 ottobre 2007

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IN RISPOSTA ALLE CRITICHE MOSSE ALLA STATUTARIA

I  sostenitori del No vi racconteranno...

Che la Legge Statutaria è stata approvata affrettatamente e senza dibattito...
Falso. L’approvazione della Statutaria è avvenuta dopo un numero record di sedute in Consiglio e dopo l’esame di centinaia e centinaia di emendamenti. La forma di governo che essa introduce era prevista nel programma di Renato Soru, che i sardi hanno scelto a larga maggioranza. Pertanto, è stato il popolo a scegliere questo modello, non ci sono state sorprese né colpi di statuto.

Che la Legge Statutaria prevede un pericoloso accentramento di poteri in capo al Presidente della Regione...
La Legge Statutaria non attribuisce alcun nuovo potere al Presidente della Regione. Essa regola unicamente la forma di governo, prevedendo che il Presidente venga eletto direttamente dal popolo e che il termine del suo mandato comporti anche lo scioglimento del Consiglio Regionale. Il potere di nominare e revocare gli assessori, già previsto dalla Costituzione, deriva proprio dal fatto che il Presidente è eletto dal popolo e per questo motivo non avrebbe senso la previsione di un voto di fiducia alla Giunta da parte del Consiglio. Nessun altro potere viene attribuito al Presidente.

Che il Presidente della Regione diventerà un monarca padrone delle Istituzioni...
Falso. Il Consiglio Regionale potrà mandare a casa in ogni momento il Presidente della Regione mediante l’approvazione, da parte della maggioranza dei consiglieri, della mozione di sfiducia.

Che non risolve il problema del conflitto di interessi...
Falso. Con la Statutaria, la Sardegna è stata la prima Regione italiana a introdurre una disciplina sul conflitto di interessi. Lo fa adottando il sistema del blind management agreement, di ispirazione canadese, che è stato suggerito da Guido Rossi, il più grande studioso italiano in materia. Chi vorrà candidarsi alla carica di Presidente o Consigliere sarà costretto, in base a quanto previsto dalla legge, a cedere le proprie azioni o quote a un soggetto terzo, il cui nome deve essere approvato dalla Consulta di Garanzia eletta in modo bipartisan dal Consiglio tra personaggi di notoria indipendenza. Durante il mandato, il Presidente o il Consigliere non potranno avere informazioni sull’andamento dell’azienda, salvo situazioni drammatiche ed eccezionali. Se vincessero i No, permarrebbe la situazione attuale: nessuna norma sul conflitto di interessi.

Che le aziende del Presidente potranno partecipare tranquillamente agli appalti regionali...
Questo è uno dei punti per i quali è stata fatta maggiore disinformazione. L’articolo 28 prevede che nei casi in cui si applica il blind management agreement, la società non può stipulare nuovi contratti o accordi con l’Amministrazione regionale o agenzie, aziende o enti regionali. Potrà partecipare unicamente a gare a evidenza pubblica, quelle che permettono un controllo trasparente da parte dei cittadini. Questa procedura si applica anche alle società nelle quali il Presidente o i consiglieri detengano una partecipazione azionaria ritenuta dalla Consulta di garanzia in grado di influenzare il corretto adempimento dei doveri.

Che introduce nuove limitazioni del diritto dei cittadini ad essere candidati al Consiglio Regionale...
Sapete chi sono questi cittadini? I presidenti delle province; i sindaci dei comuni capoluogo di provincia o con popolazione superiore a 15.000 abitanti; i direttori generali della Regione; i presidenti e i direttori generali di enti, istituti, consorzi regionali; i direttori generali, amministrativi e sanitari delle ASL. Premesso che questi cittadini possono essere eletti se rinunciano tempestivamente al precedente incarico, è giusto che questi personaggi cumulino cariche e stipendi e che anziché dedicarsi al loro mandato si preoccupino di ottenere altre investiture?

Che aumenta ingiustificatamente il numero delle firme di elettori necessarie per promuovere il referendum e il numero dei votanti necessari per la loro validità...
Il numero di firme aumenta di appena 5000 unità. Un aumento irrisorio, pari allo 0,9% dei sardi! Il quorum del 50%+1 è previsto dalla Costituzione per i referendum abrogativi nazionali, la Statutaria si adegua per quelli regionali prevedendo la stessa soglia. Dov’è lo scandalo?

Che la Legge Statutaria farà diminuire il livello della democrazia e della libertà...
Sono affermazioni ridicole. Il sistema previsto dalla Statutaria è esattamente quello previsto dagli articoli 121 e 122 della Costituzione per le Regioni ordinarie. Sostenere questa tesi significa affermare che anche la Costituzione è un pericolo per la democrazia. Come si può credere ad affermazioni così pretestuose?

Invece, sapevate che...
Il referendum è stato richiesto da 19 consiglieri regionali. Alcuni di questi sono tra quei 50 che hanno votato favorevolmente alla approvazione della Legge il 7 marzo 2007. Pertanto, le stesse persone che definiscono la Statutaria un pericolo per la democrazia sono tra quelle che poco tempo prima ne hanno consentito l’approvazione!

Col vecchio sistema, per ben 2328 giorni la Regione è rimasta priva di governo perché dopo le elezioni i partiti non riuscivano mai a mettersi d’accordo sulla spartizione delle poltrone. Le Giunte nascevano e morivano in pochi mesi senza che il popolo potesse dire la sua sulle scelte operate nelle segreterie dei partiti. Abbiamo avuto consiglieri regionali che allo stesso tempo facevano anche i presidenti di provincia o di consorzi regionali. Abbiamo avuto l’esclusione sistematica delle donne dal governo della Regione. Nessuno si è preoccupato di regolare il conflitto di interessi.


(Antonio Piras)




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18 ottobre 2007

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ALTRE DIECI BUONE RAGIONI PER VOTARE SI

Un discorso serio sulla statutaria può partire soltanto dalla Costituzione e dalla analisi dei fatti concreti, non da semplici supposizioni o suggestioni. Anche perché l’elenco delle critiche alla legge statutaria potrebbe essere molto più lungo di quello riportato nell’articolo, basta leggere i documenti messi a disposizione del Comitato del No.

Questo genere di argomentazioni, fini a se stesse, utilizzate dal Comitato del No sono assolutamente fuorvianti e non capisco in che modo possano essere attinenti al merito della legge statutaria, dal momento che offrono una lettura distorta e del tutto infondata del testo normativo. Il referendum, però, ci affida la dignità di decidere in prima persona una nuova fisionomia (giuridica) di Sardegna, laddove una maggioranza politica non è stata in grado di decidere da sola. A tal proposito mi preme ribadire con forza che il 21 ottobre siamo chiamati ad approvare o meno un intero testo di legge, il più importante della legislatura: col referendum non si vota pro o contro una persona o una maggioranza politica.

Però, d’altra parte, questo modo di argomentare la legge ci fa capire che bisogna sempre sapersi muovere dentro e fuori il reticolato normativo, perché il diritto è pur sempre una scienza sociale (con approccio tendenzialmente scientifico), per cui – il Comitato del Sì mi perdonerà – mi sono permessa di scrivere altre 10 buone ragioni per votare Sì alla statutaria, di carattere poco tecnico, volutamente di ampio respiro, che traggono la loro linfa ideale da quello spirito civico che è diretta emanazione dei principi costituzionali in senso lato (non soltanto quelli del Titolo V) e dal buon senso comune i quali, insieme, permeano tutti gli aspetti del vivere in società, in modo onesto e virtuoso.

Il 21 ottobre voterò Sì, oltre che per le ragioni già esposte dal Comitato del Sì:

1. Perché non ho interesse alla mediocrità.
2. Perché prima di criticare guardo al merito costituzionale della questione.
3. Perché un’attività politica trasparente e facilmente controllabile accresce la voglia di partecipazione.
4. Perché la statutaria è uno specchio dei principi costituzionali.
5. Perché quando si dice che nella politica c’è bisogno di più etica non sono soltanto belle parole, soprattutto in tema di incompatibilità e conflitto di interessi.
6. Perché con la statutaria chi sbaglia paga.
7. Perché la statutaria non compromette minimamente la libertà dei sardi, ma premia la voglia di cambiare davvero, in meglio. Anche in vista del nuovo Statuto speciale.
8. Perché la democrazia in Italia è iniziata 60 anni fa e l’autoritarismo non è più di casa.
9. Perché so distinguere tra una persona autoritaria e una autorevole.
10. Perché servire la politica è una virtù, ma essere servi della politica è un’altra cosa. E non ci appartiene.

Da qualsiasi prospettiva vogliamo porci di fronte al testo di legge statutaria, è evidente come essa non sia in alcun modo lesiva della democrazia e dei diritti dei sardi. Magari su alcuni punti non è perfetta, ma perfettibile. Magari non è l’unica legge statutaria possibile per la Sardegna (e certamente non lo è). Rimane comunque un punto fermo: questa statutaria è in armonia sia con la Costituzione che con lo Statuto sardo (che è legge costituzionale), ai sensi del quale è stata emanata.

Quello sulla statutaria è un discorso a cerchi concentrici: anche in tema di riforme regionali, la stella polare di tutte le relative questioni giuridiche e politiche è la Costituzione, il resto viene di conseguenza. Non serve a niente fare sofisticati ragionamenti, anche di carattere tecnico o lanciare critiche pesantissime al testo di legge se si nega, esplicitamente o di fatto, la base del ragionamento. A Statuto fermo, l’impianto di fondo della legge statutaria è una scelta inevitabilmente in parte “determinata” dalla disciplina costituzionale (artt. 121, 122 e 126 Cost.). Inoltre, l’art. 18, comma 1, lett. b), della statutaria (Funzioni del Presidente della Regione) riproduce praticamente alla lettera il primo comma dell’art. 95 Cost. In claris non fit interpretatio.

La Carta costituzionale è la base della legge statutaria ed è forse l’unica cosa – afferente alla vita civile – sulla quale possiamo concederci il lusso di crederci in maniera smisurata e incondizionata. E abbiamo il dovere di farlo, perché la Costituzione dà il senso e la misura delle cose e vive innanzitutto delle nostre attenzioni. E perché – anche per mezzo dello Statuto speciale, che dovrà essere riscritto – permette il pieno sviluppo anche dell’identità sarda, all’interno di una cornice garantista.

I principi bisogna viverli, non basta affermarli. Tanto più che la Sardegna è un caleidoscopio di valori che vanno affermati e difesi con forza, ogni giorno. E questo richiede onestà, sacrificio e coerenza.

Ripeto, la legge statutaria è uno specchio dei principi costituzionali ed è stata scritta (bene) per tutti, non a vantaggio di pochi, sotto la guida di giuristi autorevoli. Non c’è nessun attentato alla democrazia: un testo illuminato dalla Costituzione non può essere antidemocratico, sarebbe una contraddizione in termini. Per queste ragioni il 21 ottobre voterò Sì, con sicurezza, a testa alta. Esprimerò il mio voto con una mano sulla coscienza. E una sulla Costituzione. Perché è il primo passo verso una Sardegna più forte e più giusta.

In conclusione, non possiamo fidarci di semplici supposizioni. Dobbiamo essere in grado di decidere da soli, in maniera obiettiva. Per questo dobbiamo essere correttamente informati.

È ovvio che la Costituzione da sola non esaurisce il discorso sulla statutaria. E d’altra parte è un compito che non le appartiene. Però ci consente di rendere manifesta l’infondatezza di alcune delle accuse più gravi mosse all’impianto di fondo della legge, quali quelle di attentato alla democrazia e di presidenzialismo autoritario.

E allora, se queste sono le premesse del ragionamento, vale la pena di respingere l’intero testo di legge? Posto che in ogni caso, a Statuto fermo, dovremmo ricominciare da quelle stesse norme costituzionali? E che comunque si tratta di un assetto istituzionale legittimo e democratico? Ogni cittadino deciderà come meglio ritiene opportuno.


(Rossana Deplano)




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18 ottobre 2007

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PAR CONDICIO - 2^ PUNTATA

18 ottobre - TG VIDEOLINA h. 14 -
Servizio d'apertura dedicato a entrambi gli schieramenti
Secondo servizio dedicato interamente a Mauro Pili che spara a zero su Statutaria e PPR, senza alcuna replica da parte del centrosinistra.

18 ottobre - TG SARDEGNA 1 h. 14
Servizio d'apertura dedicato a una conferenza stampa del Comitato per il NO
Secondo contributo dedicato a una conferenza stampa del Psd'Az + Maninchedda per il NO
Terzo servizio dedicato a Mauro Pili che spara a zero su Statutaria e PPR
Nessuna replica da parte del centrosinistra

18 ottobre - TRIBUNA REFERENDARIA TG3 H. 13.30
In studio 5 sostenitori del SI contro sostenitori del No




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17 ottobre 2007

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APPUNTAMENTI


Giovedi 18 ottobre h 18:00


Cagliari
Via Trentino, Casa dello Studente - Sala Cosseddu

Convegno sulle ragioni del SI e del NO

Interverranno:

On. Chicco Porcu
On. Paolo Maninchedda 
Prof. Gianmario Demuro
Prof. Andrea Pubusa 

Seguirà un dibattito




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16 ottobre 2007

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L'ELOGIO DELL'INCOERENZA: RIFORMATORI SARDI PER IL NO

In questo articolo di qualche tempo fa, Massimo Fantola, dei Riformatori Sardi, cercava di spiegare la ragione per cui il suo partito, da sempre presidenzialista, decideva di bocciare la Statutaria. Questo articolo merita di essere letto perchè fa davvero sorridere: bisogna apprezzare il tentativo di difendere l'indifendibile. C'è da chiedersi: perchè spendere tante parole per cercare di giustificarsi? Sarebbe bastato dire "noi bocciamo la Statutaria perchè Soru ci è antipatico". Leggere per credere, chi conosce le tradizionali posizioni dei Riformatori avrà di che divertirsi nell'analizzare questo clamoroso e strumentale revirement.

Lo sanno anche le pietre: noi Riformatori siamo per il Presidenzialismo e per il maggioritario.
Lo siamo stati anche quando non era di moda.
Abbiamo sempre avuto piena consapevolezza che, contro il sistema dei partiti, a proprio agio nella palude del proporzionalismo e della perenne instabilità, sarebbe stato impossibile vincere la partita del cambiamento "all'interno del Palazzo".
Per questo motivo chiamammo i sardi a votare nel referendum per la scelta diretta del Presidente della Regione. La vittoria fu esaltante
Da allora però tante cose sono cambiate.
Il Parlamento ha reintrodotto il proporzionale, mandando a gambe all’aria il bipolarismo, e i proporzionalisti "isolani" stanno riprendendo vigore.
E' inutile illudersi: a breve anche in Consiglio regionale si tenterà il "grande balzo" all’indietro.
In questo clima, la Giunta regionale ha approvato la "legge statutaria", che punta a ridisegnare l’ “universo mondo” delle istituzioni sarde.
Ma il cuore della proposta riguarda la forma di governo, cioè i poteri e le prerogative del Presidente.
La filosofia che la guida è, fortunatamente, in controtendenza rispetto a quella nazionale: il Presidente è investito direttamente dalla fiducia degli elettori e resta in piedi la "clausola della mutua dissolvenza": in caso di ingovernabilità, il capo dell’esecutivo può mandare tutti a casa ed altrettanto può fare l’assemblea nei confronti del Presidente. (...)
D’altra parte non individua contrappesi consiliari per "controbilanciare" il ruolo del Presidente, nè un "ruolo attivo" per l’opposizione consiliare, nè "istituti di garanzia" per l'intero Consiglio.
Ce n'è a sufficienza per dar fiato alle trombe di tutti i proporzionalisti!
Saranno invece "difensori della proposta" i supporter di Soru (anche quelli che sino a ieri erano accerrimi nemici del presidenzialismo) che, confidando nell'immortalità (politica) del Capo, sperano che a comandare sarà sempre lui.
Noi, che presidenzialisti siamo per cultura (e per storia), dovremmo dunque fare i conti anche con coloro che ignorano che la tendenza egemonica del presidenzialismo è la peggior nemica dello stesso Presidenzialismo.
Nello scontro tra le due posizioni estreme non sarà facile far prevalere la posizione di chi come noi non vuole un “Presidenzialismo plebiscitario”, ma neppure ha nostalgia dei tempi “delle sei giunte Palomba”.




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16 ottobre 2007

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NORMATIVA SULLA PAR CONDICIO

Ecco cosa prevede la l. 22 febbraio 2000, n. 28, applicabile al referendum sulla statutaria in virtù della Delibera n. 160/07/CSP del Garante per le Comunicazioni. C'è da chiedersi se in Sardegna questa legge stia venendo rispettata.




Art. 2.
(Comunicazione politica radiotelevisiva)

Le emittenti radiotelevisive devono assicurare a tutti i soggetti politici con imparzialità ed equità l'accesso all'informazione e alla comunicazione politica.

S'intende per comunicazione politica radiotelevisiva ai fini della presente legge la diffusione sui mezzi radiotelevisivi di programmi contenenti opinioni e valutazioni politiche. Alla comunicazione politica si applicano le disposizioni dei commi successivi. Esse non si applicano alla diffusione di notizie nei programmi di informazione.

È assicurata parità di condizioni nell'esposizione di opinioni e posizioni politiche nelle tribune politiche, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, nelle presentazioni in contraddittorio di programmi politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra trasmissione nella quale assuma carattere rilevante l'esposizione di opinioni e valutazioni politiche.

L'offerta di programmi di comunicazione politica radiotelevisiva è obbligatoria per le concessionarie radiofoniche nazionali e per le concessionarie televisive nazionali con obbligo di informazione che trasmettono in chiaro. La partecipazione ai programmi medesimi è in ogni caso gratuita.

La Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, di seguito denominata "Commissione", e l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di seguito denominata "Autorità", previa consultazione tra loro e ciascuna nell'ambito della propria competenza, stabiliscono le regole per l'applicazione della disciplina prevista dal presente articolo.




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16 ottobre 2007

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LA PAR CONDICIO DI VIDEOLINA - 1^ PUNTATA

Da oggi seguiremo la campagna elettorale fatta in prima persona dal TG di Videolina, ormai assimilabile a un gazzettino di partito. Dov'è la par condicio?

16 ottobre - TG VIDEOLINA h. 14 -
Servizio d'apertura sui commenti del centrodestra alle primarie e sulle critiche alla Statutaria
Lettura delle dichiarazioni di Maninchedda sulle incompatibilità, le stesse che abbiamo commentato ieri.
Nessuna replica da parte degli esponenti del SI




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15 ottobre 2007

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PERLA DI MANINCHEDDA

Paolo Maninchedda oggi scrive:

"Comma 3 dell’articolo 38: “Per la legislatura in corso si applicano le sole incompatibilità previste dall’articolo 17 dello Statuto speciale”. Che significa? Significa che i consiglieri regionali che hanno votato la statutaria hanno voluto sanare una serie di incompatibilità che li riguardavano e che sono oggi all’attenzione dei tribunali amministrativi. Praticamente si vorrebbe sanare le incompatibilità presenti al momento dell’elezione, con una sanatoria a posteriori. Una bestialità giuridica pensabile e realizzabile solo da chi realmente si sente una casta."

Questa norma nient’altro significa se non che le norme della Statutaria sulle incompatibilità si applicheranno a partire dalla prossima legislatura. "Per la legislatura in corso" si intende il periodo che va dall'entrata in vigore della Statutaria fino al termine della legislatura, non certo il periodo pregresso. E ciò per una ragione molto semplice: far sì che le incompatibilità fossero applicabili anche a questa avrebbe dato la possibilità al legislatore di far fuori consiglieri invisi attraverso previsioni ad hoc! Ma Maninchedda vede (o vuole vedere) cospirazioni dappertutto.




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10 ottobre 2007

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LA POSIZIONE DEI RADICALI DI CAGLIARI

Il prossimo 21 ottobre gli elettori sardi saranno chiamati ad esprimersi sulla legge statutaria. In questi giorni si sono manifestate tantissime opinioni caratterizzate tutte dall’aver riconosciuto alla legge statutaria un quid novis che in realtà non possiede.
Per meglio comprendere questa affermazione, è necessario ripercorrere brevemente le modifiche costituzionali dell’ultimo decennio.

L’elezione diretta del Presidente della Regione è stata introdotta solamente con la legge costituzionale n. 1 del 1999. Prima di questa modifica le Regioni avevano una forma di governo parlamentare a predominanza assembleare per effetto delle previsioni costituzionali, statutarie e del tipo di sistema elettorale proporzionale. Questo impianto istituzionale ha generato un alto livello di instabilità delle giunte regionali, determinando spesso crisi innescate dalle segreterie di partito rispetto alle quali gli elettori rimanevano sostanzialmente fuori e senza la possibilità di esprimersi sul merito.
Dal 1999 si è sposato una diversa forma di governo, ossia quella che la letteratura giuridica chiama “neoparlamentare”. Vi sono due organi che vengono eletti dal corpo elettorale a suffragio universale e diretto: il Consiglio e il Presidente della Regione. Il Presidente assume la direzione della politica della Giunta, quindi ha competenza sulla linea politica e sulle funzioni amministrative. Il Consiglio è titolare della funzione legislativa e delle altre competenze stabilite dalla Costituzione e dagli Statuti (come, ad es. nel caso della Sardegna, la funzione regolamentare, solitamente in capo all’organo esecutivo). La Giunta è l’organo esecutivo, ma essa, come si è detto, è diretta politicamente dal Presidente della Regione, cui la Costituzione affida il potere di nomina e revoca dei suoi membri. La stessa Costituzione ha introdotto la clausola simul stabunt, simul cadent: il consiglio regionale può esprimere la sfiducia avverso il Presidente della Regione, ma l’approvazione della sfiducia determina anche le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio, con una successiva tornata elettorale per il rinnovo di tali organi. In questo modo si è voluto evitare cambiamenti di maggioranze e di governi in corso di legislatura senza il pronunciamento del corpo elettorale, assicurare la stabilità dei governi regionali e la loro legittimazione elettorale, evitare problemi di coabitazione grazie alla contestualità delle elezioni.
L’assetto così disegnato viene in ultima istanza affidato agli statuti delle Regioni i quali possono , in armonia con la Costituzione, integrare e modificare tale modello, giungendo persino ad escludere l’elezione diretta del Presidente della Regione.

Fatta questa necessaria premessa, si può analizzare con piena cognizione di causa la c.d. legge statutaria per la Regione Sardegna.
Come richiesto dalla Costituzione e dallo Statuto, la legge statutaria disciplina la forma di governo della Regione, e quindi, le modalità di elezione dei suoi organi, i rapporti tra essi, i casi di ineleggibilità e incompatibilità e le forme di partecipazione popolare, specificate nei tre tipi di referendum (abrogativo, propositivo e consultivo) e nel diritto di iniziativa legislativa.

Passando ora ad una rapida enucleazione delle funzioni degli organi regionali, si può osservare come la nuova disciplina non si discosti minimamente dal dettato costituzionale così come risultante dalle modifiche del 1999.
Il Consiglio detiene la funzione legislativa e regolamentare, svolge attività di vigilanza sull’esecutivo, approva i bilanci, i rendiconti, gli atti generali di programmazione e le loro variazioni, più le ulteriori funzioni rinvenibili nel disposto dell’art. 11 e quelle stabilite dalla Costituzione e dallo Statuto.
Il Presidente della Regione, in aggiunta alle summenzionate funzioni, ha l’obbligo di presentare allo scadere della metà della legislatura una relazione sullo stato di attuazione del programma elettorale che dovrà essere dibattuto dal Consiglio, e il limite del secondo mandato consecutivo.
La giunta è l’organo che ha subito il maggior numero di modifiche, sebbene queste non le abbiano fatto assumere una fisionomia diversa da quella risultante dal testo costituzionale.
Le novità principali sono in tema di composizione della Giunta: il numero degli assessori ha un limite (dieci) e ciascun sesso deve essere rappresentato in Giunta per almeno il 40% dei componenti.
Per iol resto, permangono in capo alla Giunta l’adozione dei disegni di legge e la deliberazione dei ricorsi alla Corte Costituzionale, l’attuazione del programma di governo sulla base degli indirizzi e del coordinamento presidenziale.
Anche la mozione di sfiducia non si discosta dal principio più sopra richiamato del simul stabunt, simul cadent, una novità potrebbe essere la mozione di censura individuale nei confronti di un assessore, la quale, però non prevede alcuna conseguenza sfavorevole ma solo un potere di impulso nei confronti del Presidente della Regione, il quale sarà chiamato a comunicare le proprie decisioni in merito.
In aggiunta ai tre organi sono istituiti ulteriori organi aventi funzioni propositive e consultive nonché giustiziali
Il Consiglio delle autonomie locali viene definito come organo di rappresentanza istituzionale degli enti locali con funzioni consultive e di proposta. L’unica funzione definita a chiare lettere dalla legge statutaria è la richiesta di promozione del giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale per atti dello Stato ritenuti lesivi dell’autonomia degli enti locali.
L’altro organo, ben più importante per le funzioni che gli sono devolute, è la Consulta di Garanzia.
Essa è composta da tre membri di cui due eletti a maggioranza qualificata dal Consiglio regionale, l’altro nominato dal Consiglio delle autonomie locali.
Le funzioni di questo organo variano dalla funzione consultiva a quella più propriamente giustiziale.
Si pronuncia in merito alla legittimità e conformità allo Statuto e alla legge statutaria delle proposte legislative dietro richiesta di un certo numero di consiglieri regionali, del Presidente della Regione o del Consiglio delle autonomie (simile al Conseil Constitutionell francese); esprime parere sulla legittimità dei regolamenti , sempre dietro richiesta degli stessi soggetti (e anche qui una certa similitudine al Consiglio di Stato in funzione consultiva è ravvisabile). Esprime parere sui conflitti di competenza tra organi regionali dietro richiesta di un organo, decide sulle cause di incompatibilità previste dalla legge statutaria per i consiglieri, gli assessori e il Presidente; decide, infine, sulla regolarità e sull’ammissibilità delle proposte di legge popolari e dei referendum.

Dopo questo breve excursus sui nuovi (e vecchi) poteri e prerogative degli organi regionali, è possibile trarre le conclusioni sull forma di governo proposta dalla legge statutaria che sarà oggetto di referendum confermativo il prossimo 21 ottobre.
Il presidenzialismo non è la forma di governo della Regione. Infatti il Presidente non ha alcun potere giuridico sul Consiglio se non le sue dimissioni. E’ persino spogliato del potere regolamentare che, come più sopra ricordato, nei sistemi parlamentari è sempre di spettanza dell’organo esecutivo. Infine, dato più importante, necessita della fiducia del Cosiglio, quindi non è indipendente da esso.
Gli unici poteri che sono stati accentuati sono quelli di indirizzo e coordinamento della Giunta garantiti dalla possibilità di nomina e revoca dei suoi componenti. Chiaramente a scapito delle segreterie di partito.
Anche il limite del secondo mandato consecutivo può essere un buon risultato perché spinge tutto il sistema verso ritmi più serrati. Non sono da considerare le tesi di chi sostiene che il limite debba essere assoluto proprio per il fatto che non si è in un presidenzialismo vero e proprio (come negli USA, dove però fino alla seconda guerra mondiale non esisteva tale limite).
Altro aspetto positivo è il c.d. “bilancio di metà mandato”, che se supportato da adeguata attenzione pubblica e politica, consente una migliore conoscenza degli obbiettivi perseguiti, di quelli che devono essere ancora attuati e di quei programmi che non si riuscirà a portare a termine.
Chiaramente una riforma in senso marcatamente presidenzialista sarebbe opportuna con un Presidente “forte” e un Consiglio “forte”, reciprocamente indipendenti e con qualche check and balances (come le nomine della Corte suprema e il veto presidenziale sulle leggi in USA) ma, per il momento, il c.d. dualismo paritario incontra lo scoglio dell’art. 126 della costituzione, il quale richiede implicitamente la fiducia del Consiglio nei confronti della Giunta. Speriamo che la proposte di legge costituzionali volte a modificare il summenzionato articolo possa diventare legge al più presto, con l’auspicio dell’introduzione della clausola “salva diversa disposizione dello Statuto regionale”, in modo da poter garantire le possibili differenziazioni.
Quindi il “presidenzialismo alla sarda” altro non è che il miglior recepimento della volontà espressa a livello costituzionale di conferire alle giunte maggior governabilità e ricondurre il tutto al circuito elettorale nel caso vi siano crisi istituzionali. E, sinceramente, non si sente la nostalgia né delle giunte designate dalle segreterie di partito, né del proporzionale che consentiva tutto ciò.

In merito alla Giunta, salta subito all’attenzione la “quota riservata”. Riguardo a tele aspetto, non si può non criticare la visione adottata dal legislatore regionale, più propenso ad una mera rappresentatività prescindendo dai meriti intrinseci alle persone. Per il resto, sostanzialmente cambia poco: la Giunta è il team del Presidente, e sarebbe opportuno che i nomi circolassero ben prima della sua nomina, in modo tale da consentire la miglior informazione all’elettorato.

Avendo riguardo al Consiglio delle autonomie locali, molto probabilmente ci si trova dinanzi all’ennesimo ente rappresentativo. Forse si è voluto optare per un organo istituzionale rispetto alle associazioni di diritto privato (ANCI, UPI) che non ricomprendono tutte le realtà locali. E’ il chiaro sintomo della fisionomia che lo Stato ha assunto dopo la riforma del titolo V della Costituzione: una sorta di conferenza regione-enti locali, con lo scopo dichiarato di consentire ricorsi alla Consulta più veloci qualora lo Stato dovesse invadere l’autonomia di cotali enti (e, negli ultimi anni lo ha fatto molte volte). Bisognerà vigilare sulla legge di attuazione per evitare organismi ridondanti e inefficienti, e soprattutto per evitare l’ennesimo tavolo di concertazione dove spesso vengono sacrificate sull’altare dei particolarismi le istanze che necessariamente devono rimanere unitarie.

La vera novità della legge è l’ultimo organo che si è descritto. Un organo che racchiude in sé numerose funzioni molto delicate. La composizione ricorda la composizione della Corte Costituzionale, magari un numero più elevato di componenti avrebbe potuto annacquare i giochi politici che inevitabilmente si verificheranno.
Tuttavia è necessario ricordare che, non potendo essere un organo giurisdizionale, i suoi pareri possono essere smentiti da diverse deliberazioni assembleari. Più insormontabili appaiono le sue prerogative in materia di referendum, di proposte di legge popolare, e di incompatibilità dei consiglieri e del Presidente.
In sostanza, la Consulta è un organo a tutela delle minoranze per quanto riguarda l’attività assembleare, e un organo a tutela dell’attività assembleare nei confronti dell’opinione pubblica.

Alla fine, la forma di governo introdotta dalla legge statutaria ha pochi elementi di novità. Solo slogan elettorali da entrambe le parti: l’una, come possiamo osservare, paventa un possibile “regime” inattuabile nella pratica, ricordando i bei tempi del proporzionale, degli esecutivi balneari e di tutto il resto; l’altra spaccia per nuovo delle cose ovvie, anzi ha la responsabilità di non aver osato di più, magari rendendo più snello il numero dei consiglieri, attribuendo potere regolamentare al Presidente.
Però, da presidenzialisti, non possiamo che votare SI quanto meno per riconoscere al legislatore il merito di non aver indietreggiato rispetto alla nuova forma di governo regionale delineata dalla Costituzione, cosa che invece altre regioni (es. Abruzzo) hanno fatto.

(Marcello Medici)








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10 ottobre 2007

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 APPUNTAMENTI

Venerdì 12 ottobre h 18:00

Cagliari
Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari, aula Ledda (ex istituto ciechi, viale Sant'Ignazio)

Convegno sulle ragioni del SI e del NO

Interverranno:

On. Stefano Pinna
On. Andrea Raggio
Dott. Roberto Cherchi
Dott. Salvatore Marcialis

Seguirà un dibattito




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10 ottobre 2007

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STATUTARIA: CHI MISTIFICA SUL CONFLITTO DI INTERESSI?

Il principale cavallo di battaglia sul quale il variegato, e variopinto, schieramento del Comitato per il No sta combattendo la sua battaglia per la cancellazione della legge statutaria regionale, definita senza mezzi termini un “colpo di Sta(tu)to”, riguarda gli articoli (26 e seguenti) con cui sono stati disciplinati l'incompatibilità e il conflitto di interessi.

I componenti del Comitato, ed in particolare i professori Andrea Pubusa e Paolo Maninchedda, che guidano la cordata, accusano in sostanza il presidente della Regione Renato Soru di aver preteso che il Consiglio regionale approvasse, a marce forzate e senza consentire alcun serio dibattito, una legge, definita ad personam, che, anziché disciplinare il conflitto di interessi, sostanzialmente lo legittimerebbe. Infatti, il meccanismo previsto dalla legge statutaria, secondo cui coloro che vengano a trovarsi in situazioni di incompatibilità a rivestire la carica di presidente della Regione (come pure di consigliere e assessore), potrebbero rimuovere tale incompatibilità trasferendo la gestione della propria azienda ad un terzo attraverso un negozio fiduciario, anziché un serio ed efficace rimedio, costituirebbe in realtà una mistificazione (qualcuno, il prof. Vanni Lubrano, ha parlato addirittura di legge truffa). Ciò in quanto il titolare dell'impresa manterrebbe il diritto di essere informato sull'andamento della stessa e di decidere sulle questioni rilevanti.

Non solo. Dato che la società di cui sopra potrebbe partecipare anche alle nuove gare ad evidenza pubblica indette dalla Regione, e dato che queste ultime sarebbero presiedute da funzionari nominati e revocati dal presidente, si verificherebbe l'aberrazione di un soggetto (il presidente) che sarebbe, al tempo stesso, controllore e controllato, con in aggiunta il fatto che la società in questione potrebbe avviare contenziosi con la Regione trovandosi contro un soggetto - sempre il presidente - che essendo, al tempo stesso, legale rappresentante della Regione e titolare dell'impresa, avrebbe tutto l'interesse a che quest'ultima la spuntasse.

Si tratta sicuramente di affermazioni suggestive, soprattutto per chi non conosca a fondo il problema, come, purtroppo, la maggioranza di coloro che andranno a votare in occasione del referendum del 21 ottobre. Se, peraltro, si fa memoria sulle vicende consiliari degli ultimi due anni e si esaminano con attenzione le norme “incriminate” dai sedicenti paladini della libertà, pronti ad immolarsi pur di scongiurare il “golpe” del presidente Soru, si vedrà che le mistificazioni stanno proprio dalla parte di costoro.

1. Anzitutto, e qui l'appunto vale in particolare per Paolo Maninchedda, si dimentica che della necessità di disciplinare il conflitto di interessi, da parte del Consiglio regionale, si è parlato pubblicamente, proprio per iniziativa del Presidente Soru, fin dall'ormai lontano 10 giugno del 2005, quando, nel corso di un convegno-dibattito svoltosi a Cagliari, nella sala del Ghetto degli Ebrei, il prof. Guido Rossi - vale a dire il più autorevole esperto italiano della materia - illustrò i risultati di uno studio affidatogli da Soru, dimostrando, con incontestabili argomentazioni giuridiche e puntuali citazioni giurisprudenziali, che, non essendo costituzionalmente legittimo impedire ad un cittadino di candidarsi ad una carica elettiva di una Istituzione per il solo fatto di esser titolare di una grande impresa che abbia rapporti contrattuali con tale ente (non parliamo, quì, di concessioni di cui è specialista il cav. Berlusconi, che sono ben altra cosa), né costringerlo a disfarsi della proprietà dell'impresa trasformandola (tramite “blind trust”) o alienandola (tramite disinvestimento totale), l'unica soluzione giuridicamente praticabile pareva quella del “blind management agreement”.

Rimedio utilizzato con risultati positivi in Canada (per risolvere il caso di un ministro, poi divenuto primo ministro, che era al tempo stesso titolare di una grande impresa di navigazione) e consistente in un accordo con il quale il proprietario (o azionista di controllo) di una società, pur rimanendo legalmente tale, trasferisce tutti i diritti e i privilegi connessi alle azioni ad un terzo (fiduciario), da lui scelto ma soggetto all'approvazione di un Commissario etico, destinato ad assumere il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione della società e ad esercitare fiduciariamente i relativi poteri, senza alcun previo consiglio o istruzione da parte del titolare.

Ebbene, in tale occasione, Paolo Maninchedda - allora presidente della Commissione Autonomia (e non ancora in rotta con Soru) - prese la parola affermando con orgoglio: «la Sardegna è la prima regione che vara una proposta» (su questa materia, ndr); questo «è il segno che si vogliono mantenere i patti» (con gli elettori, ndr) ed aggiungendo che i conflitti di interessi di cui occorreva preoccuparsi riguardavano soprattutto l'attività immobiliare (caratterizzata da «porcherie urbanistiche» determinate dall'esistenza di «troppe lobby») e la formazione professionale (La Nuova Sardegna, 11 giugno 2005).

È appena il caso di aggiungere che, nella stessa occasione, anche un altro autorevole componente del Comitato per il No, il prof. Benedetto Ballero, dichiarava di condividere l'impianto della legge, sostenendo inoltre che «Non è certo il privato, in una Regione come la nostra, ad avere conflitti di interesse» (a chi altro si riferiva se non a Soru?).

Bella coerenza, non c'è che dire!

Quel che, comunque è certo è che la normativa contestata, sulla quale la Commissione autonomia e il Consiglio hanno discusso per diversi mesi e sulla quale si è pronunziato favorevolmente anche il Consiglio delle Autonomie Locali (peccato che non sia stato chiesto anche il parere del noto giurista Mario Medde) non è stata frutto di un colpo di mano, né è stata scritta da qualche burocrate da quattro soldi preoccupato solo di “legare l'asino dove vuole il padrone”. Al contrario la norma, messa a punto da un illustre giurista, come orgogliosamente sostenuto all'epoca dallo stesso consigliere Maninchedda, ha rappresentato il primo serio tentativo fatto in Italia per risolvere un problema spinoso come quello del conflitto di interessi per gli eletti nelle Istituzioni pubbliche.

2. In secondo luogo, e qui il riferimento vale soprattutto per il prof. Pubusa, non è vero che la normativa in questione consenta al presidente-imprenditore di «mantenere il controllo delle proprie aziende anche quando esercita le funzioni istituzionali». L'art. 27 dispone, infatti, espressamente che «per tutta la durata dell'accordo lo stipulante non può fornire al fiduciario, né il fiduciario può chiedere allo stipulante, direttamente o indirettamente, alcun consiglio, direttiva o istruzione circa l'amministrazione delle azioni o dei beni o delle operazioni della società», né (salvo il caso in cui si verifichi «un evento straordinario in grado di incidere o pregiudicare gravemente l'integrità stessa dei beni dello stipulante»), «può rivelare allo stipulante… alcuna informazione relativa alle operazioni della società o a qualsiasi transazione relativa ai suoi beni intrapresa o conclusa dal fiduciario stesso o da lui proposta». Il tutto sotto il controllo della Consulta di garanzia prevista dagli articoli 34 e seguenti della legge in questione.

Per quanto riguarda poi la nomina e revoca dei componenti le Commissioni delle gare ad evidenza pubblica nelle quali dovesse concorrere la società di proprietà del presidente-imprenditore e la gestione delle liti che dovessero insorgere fra tale società e la Regione è evidente che, in base ai principi generali ed alla stessa previsione esplicita dell'art. 29 della statutaria, il presidente sarebbe tenuto ad astenersi se non volesse rischiare che la relativa delibera fosse dichiarata illegittima e, al tempo stesso, di commettere un reato. Del resto il recente caso dell'annullamento in sede di autotutela dalla gara relativa alla pubblicità istituzionale dimostra che quando, nelle gare pubbliche, si verificano delle irregolarità, esistono dei meccanismi che consentono di provi rimedio riaffermando le regole dello stato di diritto.

(Carlo Dore)
www.altravoce.net




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10 ottobre 2007

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IL CONFLITTO DI INTERESSI COME REGOLAMENTATO DALLA STATUTARIA

Il tema del conflitto di interessi sembra stare particolarmente a cuore dei sostenitori del no alla legge statutaria. Talmente al centro dello sforzo argomentativo che, cito testualmente, si tratterebbe di norme “ridicole” e “sbagliate”. Senza entrare in polemica con l’uso degli aggettivi vale però la pena di ricordare quanto è scritto espressamente nel testo della legge. I lettori potranno farsi così un idea precisa.
La prima regola scritta è all’articolo 8 laddove si prescrive che il Presidente, i consiglieri e gli assessori devono comunicare al Consiglio ogni diritto o partecipazione societaria che, in astratto, potrebbero determinare situazioni di conflitto di interesse. Norma semplice che obbliga a rendere pubblici, gli interessi privati.
La seconda, all’articolo 29, prevede che i medesimi soggetti abbiano l’obbligo giuridico di astenersi dalle votazione «rispetto alle quale sappia o debba sapere di essere in conflitto di interessi ». Non possono, dunque, votare scelte che possano favorirli, se lo fanno violano la legge.
La terza regola che mira a trovare una soluzione tra il conflitto tra dovere pubblico e interesse privato è contenuta negli articoli dal 27 al 29. Nel testo si legge che il Presidente, gli assessori, i consiglieri regionali sono incompatibili con la carica pubblica a meno che non concludano un accordo con un fiduciario al quale affidano il compito di gestire i loro affari senza che colui che ricopre la carica pubblica abbia notizia della gestione.
Gli unici contatti tra i due sono possibili solamente in caso di «evento straordinario in grado pregiudicare gravemente l’integrità stessa dei beni» (art. 27, comma 5, lett. F) . Un caso, evidentemente, drammatico ma, a scanso di qualsiasi sospetto, il contatto potrà avvenire sotto la stretta vigilanza di una autorità indipendente, la Consulta di garanzia di cui agli articoli 34 e 35 della statutaria. Ad essa viene affidato il compito di analizzare, vigilare, regolare e autorizzare tutte le attività nelle quali possa sussistere un eventuale conflitto di interessi. L’Autorità è un organo collegiale composto da tre membri eletti dal Consiglio regionale tra persone di notoria indipendenza. Organo indipendente dunque al quale vengono affidati compiti delicati. Queste sono le regole scritte, ognuno si formi un opinione.

Prof. Gianmario Demuro
*Docente di Diritto Costituzionale all'Università di Cagliari

(Il Sardegna)




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9 ottobre 2007

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REFERENDUM E DEMOCRAZIA

La contestazione alla Legge Statutaria si fonda, principalmente, su due ragioni. Innanzitutto essa indebolirebbe il ruolo del Consiglio Regionale; in secondo luogo, esporrebbe il Consiglio ai continui ricatti del Presidente della Regione.
Pur trattandosi di contesti assolutamente diversi, i componenti del Comitato per il No fanno uso dei medesimi argomenti che, a suo tempo, la sinistra utilizzò appropriatamente per bloccare la pessima revisione costituzionale varata da Berlusconi e soci. Curioso che ciò avvenga anche da parte di chi sosteneva quella orribile riforma (vedere le posizioni del centrodestra, tradizionalmente presidenzialista). Personalmente, ritenevo quella modifica costituzionale davvero pericolosa per la democrazia italiana: non solo perchè interveniva in modo pasticciato su una cinquantina di articoli ma anche perchè indeboliva il ruolo degli istituzioni deputate a vigilare sul rispetto delle regole - Corte Costituzionale e Presidente della Repubblica - con un preoccupante e sbilanciato irrobustimento dell'influenza del Presidente del Consiglio. Quella volta, aveva ragione chi parlava di pericolo per la democrazia e di indebolimento del ruolo del Parlamento; e aver condiviso quelle tesi non impedisce di rigettare argomentazioni similari utilizzate, stavolta, a proposito di un'istituzione completamente diversa quale è quella regionale. Naturalmente, non può valere lo stesso per chi approvava quella riforma e rigetta questa, con artifici dialettici che lasciano basiti.
Un Presidente del Consiglio padrone della propria maggioranza può modificare la Costituzione, favorire l'entrata in guerra delle nostre forze armate, introdurre norme che possono incidere sulla libertà personale dei cittadini, attuare politiche tributarie e finanziarie dalle quali dipendono le sorti economiche di un'intera nazione. In quel caso, aveva un senso preoccuparsi delle possibili conseguenze di una riforma costituzionale così penetrante.
La trasposizione alla battaglia sulla Statutaria dei ragionamenti utilizzati in quel frangente è del tutto inappropriata. Alle spalle della Regione c'è lo Stato, con la Costituzione e il suo corredo di garanzie. I referendari continuano a parlare di pericolo per la democrazia, di indebolimento della sovranità popolare, ci mostrano addirittura dei manifesti nei quali campeggia l'immagine di una bambina per la quale la libertà futura potrebbe non essere garantita quanto lo è oggi. Portano avanti una campagna intrisa di demagogia. Non si può che auspicare l'abbandono di questi slogan utili solamente ad acchiappare i voti dei cittadini meno consapevoli. Si discuta, ma seriamente. Proverò a rassicurare gli intimoriti sostenitori del No con alcune considerazioni.
Primo punto, possibile indebolimento del Consiglio Regionale. Con l'entrata in vigore del sistema delineato dalla Statutaria, il Presidente verrebbe eletto direttamente dal popolo e potrebbe nominare e revocare gli assessori. E' quanto avviene attualmente per via dell'applicazione suppletiva delle norme costituzionali; non mi pare che in Sardegna o nelle altre Regioni in cui vige tale sistema, sia venuta meno, in questi anni, la libertà dei cittadini. Però c'è stata stabilità e non è poco, e tra meno di due anni potremo promuovere o bocciare i nostri amministratori.
Il contrappeso alla suddetta prerogativa presidenziale è assicurato dall'attribuzione al Consiglio del potere di sfiduciare il Presidente. L'Assemblea, infatti, potrà, in ogni momento, mandare a casa l'Esecutivo mediante approvazione della mozione di sfiducia. Chiaramente, si dovrà eleggere anche un nuovo Consiglio perchè altrimenti potrebbe aversi la paradossale situazione di un Presidente bianco e di un Consiglio a maggioranza nera. Che programma si potrebbe portare avanti, in quelle condizioni? L'elezione diretta è compatibile solo col principio del simul stabunt simul cadent.
Non si potrebbe pretendere l'introduzione di un meccanismo di sfiducia costruttiva in quanto il mandato presidenziale è conferito dagli elettori e non dal Consiglio Regionale. Pertanto, quando si concluderà il mandato (anche per dimissioni), saranno i cittadini a doversi pronunciare nuovamente sulla scelta del nuovo Presidente.
Non si capisce per quale motivo si sostenga che il Consiglio sarà succube del Governatore; nel caso in cui quest'ultimo non rispetti il programma o gli equilibri politici nella composizione della Giunta, è chiaro che le forze politiche lese non accetteranno di lasciar governare un Presidente che non ha rispettato eventuali accordi elettorali e programmatici. Se il Presidente decidesse di revocare un assessore arbitrariamente, il partito di riferimento farebbe valere la propria facoltà di sfiduciarlo. In passato, invece, se una piccola forza politica decideva di non votare la fiducia alla Giunta perchè non soddisfatta in termini di poltrone, ricominciava il valzer in Consiglio senza però che il popolo potesse proferire parola.
Col sistema delineato dalla Statutaria, la parola torna al popolo, e non ai medesimi consiglieri che in precedenza avevano fatto cadere l'Esecutivo. Qualcuno si è già dimenticato che nel 1999 Mario Floris riuscì a diventare Presidente pur disponendo di pochissimi consiglieri e nonostante il designato fosse Mauro Pili. E vi ricordate di Selis, che pur avendo perso sonoramente le elezioni rischiò di ritrovarsi in Viale Trento? Eppure, qualcuno ha il coraggio di chiamarla democrazia...Mentre a livello nazionale è il Presidente della Repubblica a nominare il Premier, tenendo conto dei risultati elettorali, a livello regionale - mancando una figura super partes - i consiglieri hanno sempre agito di testa loro. Rispettare il responso delle urne era un optional e i ribaltoni erano all'ordine del giorno. Il popolo ha più potere se può scegliere chi deve amministrare la Regione o se si deve rimettere ai consiglieri che magari eleggeranno qualcuno solo perchè utilizza l'arma del ricatto, anche quando la sua consistenza politica è minima e le elezioni hanno premiato un'altra coalizione? Dov'erano le garanzie per il popolo in un sistema che, negando continuamente la governabilità, permetteva di fare e disfare le Giunte senza che i cittadini potessero approvarne i programmi?
Credo che l'assimilazione del governo regionale a quello statale costituisca un'operazione francamente inaccettabile. Il Presidente della Regione gode di poteri non paragonabili a quelli del Presidente del Consiglio, e la regolarità della sua azione è garantita da norme costituzionali che non potrà certo modificare autonomamente. In un quadro siffatto, nel bilanciamento tra governabilità e controllo consiliare si può, senza paura, propendere per la prima opzione pur senza tralasciare la seconda. D'altronde, nei Comuni, che funzionano secondo questo principio e nei quali la politica amministrativa si riflette sui cittadini almeno in eguale misura rispetto alla politica regionale, non sembra che si sia aperto un vulnus di democrazia.
Si dice che il Consiglio potrebbe essere esposto ai continui ricatti del Presidente. Se i consiglieri sono attaccati alla poltrona al punto di accettare qualsiasi cosa pur di non andare a casa ci viene da pensare che a questo punto il problema è costituito dalle persone e non dalla forma di governo. Dobbiamo pensare che il nostro Consiglio sia composto da servi sciocchi? Che chi vota le leggi sia una marionetta priva di dignità e interessata solo a conseguire l'onorevole pensione? Se il Presidente minaccia di dimettersi perchè vuole fare di testa sua e i consiglieri sono sicuri di operare nel giusto e di rispettare il mandato, perchè non rimettersi al giudizio degli elettori che decideranno chi, tra il Presidente e il Consiglio, ha agito conformemente al programma? Negli anni bui dell'autonomia sarda, era la Giunta ad essere perennemente ricattata. La Statutaria introduce l'anelato equilibrio tra questi due organi. I sardi hanno l'occasione di seppellire definitivamente quell'indegno passato.

(Antonio Piras
)





permalink | inviato da 21ottobre il 9/10/2007 alle 12:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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